29/09/2007
“E poi resta soltanto il rumore del vento degli ultimi giorni…”
Sempre così…
Perciò leggendo ‘ste quattro parole messe in fila non ditemi che sono bravo, che scrivo bene, perché chiunque, silenzioso e stanco di un lungo viaggio o di un pesante lavoro, seduto, immerso in un luogo insolitamente quieto, con una penna in mano e gli occhi chiusi scriverebbe… certo a stento, malfermo e con una grafia da minorato mentale per via degli occhi chiusi: “…e poi resta solo il rumore del vento…”
Ma io che sono sempre alla ricerca del giorno nuovo, del secondo perfetto, della nota mai ascoltata, del sorriso sconosciuto… della donna più bella del mondo che nessuno sa che è “Lei” finché io non la svelo…
Perché mi sono convinto a scrivere una tal banalità?
Perché?…
Perché il facile, solito, banale può essere una scelta tra le infinite possibilità espressive, e non solo la manifestazione del vuoto, dell’insicurezza descrittiva ed emozionale mia e del tempo che sto vivendo.
Una scelta per tornare giù dopo il salto che quotidianamente mi impongo per non cedere al mio ingannevole e mendace carattere pigro, timido e rinunciatario.
Una scelta per spiegare, raccontare, avvicinare chi, come voi, da tanto tempo è fermo a non più di
Una scelta per chiarire dubbi e nubi, per sporcare pagine troppo bianche da troppo tempo e troppo costose da lasciar mute.
Una scelta per iniziare un autoritratto a penna, per guardarmi in faccia, dopo un po’ che non riesco a farlo, riconoscermi e finalmente tornare a percorrere quei
Allora…
Mi guardo…
…e inizio incerto il tratto…
Vedo le assi di un palcoscenico con larghe e irregolari fughe, fastidiose e dispettose come i miei improvvisi sfoghi.
Il palco si regala spazio e forma tra il sole e la pioggia, col peso delle serate e il relax del mattino; così io mi dimensiono, mi muovo e scrollo le spalle e la voce per ciò che mi calpesta, che mi bagna, che mi scalda…
Sempre per me o contro di me… mai per o contro qualcun altro.
Le fughe infatti, finito il palco… terminano: sono soltanto consigli a non infilarci il dito dentro oppure curiosità a guardarci attraverso.
Mi guardo, cambio direzione alla penna e vedo un sipario chiuso, raccolto da un arcoscenico nero… non cupo… attenzione: nero neutro, in attesa di colori e forme che lo spettacolo richiederà, che il mio spettatore sognerà.
Un sipario chiuso, mobile alle fresche folate settembrine, come al caldo scirocco d’agosto, morbido, non un muro invalicabile, una sfinge misteriosa, ma un continuo, affabile, estremo richiamo ad accendere la curiosità dello spettatore nell’attendere che si apra… ad avvicinarmi quando sembra che io mi allontani…
Ma troppe volte restano lì, su quei gradoni di cemento ad impaurire delle fughe del legno, ad attendere che le scene si colorino, che il sipario si apra e si avvicini da solo!
Mi guardo…
Calco la punta sul foglio, timore che non si veda bene il tratto, e lavoro a lungo l’opera… la cosa… il prodotto, il contenuto insomma…
Così a lungo che tanti pensano non esista contenuto, che tanti si alzano dai gradoni e vanno via, che altri alzano la voce gridando che abbia inizio sto stramaledetto show, che altri impauriscono al pensiero che sia troppo bello, troppo “distante”, troppo…
E chiudono gli occhi…
Che ad altri paia troppo brutto…
Che tutti in qualche modo si ritrovino ad emettere giudizi giustificabili, ma parziali e fermi, statici… che non seguono più le fughe tra le assi e le onde ventose del sipario e non si accorgono che il boccascena si colora tutto intorno e siamo a pochi minuti dal tanto agognato inizio.
Mi guardo.
Alzo la penna dal foglio.
Si apre il sipario.
E ora forse riuscite a vedermi…
Legno e colla e viti modellano case e villaggi immaginari, colori e pennelli e stoffa disegnano la danza che attendevate… che attendevo da tanto tempo, caverne oscure e sorprendenti di luci improvvise e preziosi bagliori tra le rocce.
Ricordi di storie famose che hanno contribuito alla nostra scelta di essere tutti qui. Porte che lasciano entrare gambe agili sulle scale di un pentagramma.
Voci leggere tra le luci e oggetti sparsi apparentemente a caso… sul palco.
Ogni giorno…
Per tutti i giorni di questo mio… nostro tempo.
E…
Non applauditemi: sarebbe come applaudire l’acqua perché bagna.
Non sussurrate complimenti anche sinceri: sarebbe come lodare ogni volta una sedia perché vi accoglie stanchi.
E…
Non alteratevi neanche per questi miei strani divieti… non ricominciate l’inutile balletto di giudizi-giustificazioni-ipotesi-fastidiosi nervosismi, ma…
Sedetevi di nuovo sui gradoni, ripercorrete il tragitto, le assi storte e le fughe irregolari, il sipario chiuso e il boccascena ancora muto… che poi l’un si apre e l’altro si colora, e poi forme, cose e colori che danno vita a sogni e storie.
E se vi è piaciuto almeno un po’ allora ve lo dedico e magari ora si, alzatevi dai gradoni, percorrete quei
Salite sul palco a salutarmi…
Che tanto poi sono io che resto seduto al centro del palcoscenico…
E poi, alla fine…
…Resta solo il rumore del vento degli ultimi giorni.

Ciao guaglio'
Nighty